La difesa di Rorà nel 1655

All’inizio del 1655, Giosuè Gianavello era rifugiato a Rorà e attendeva -come tutti- che le continue visite dei pastori valdesi alle autorità di Torino permettessero di revocare l’ordine di sgombero. Nulla si muoveva.
Ad aprile anzi, un grande esercito arrivò improvvisamente in Val Pellice occupandola interamente, da Luserna a Bobbio, fra violenze e minacce alla popolazione; Rorà venne fortunatamente risparmiata.
La mattina del 24 aprile, vigilia di Pasqua, l’esercito sabaudo comandato dal Marchese di Pianezza attaccò senza preavviso la popolazione, svelando così la sua missione: cancellare in modo rapido e brutale la fede valdese. In tutta la Val Pellice morirono tantissime persone e la strage è nota ancora ai nostri giorni come Pasque Piemontesi.

Veduta da Cassulè su Villar Pellice.

Gianavello, che aveva preso l’abitudine di pattugliare i boschi, quella mattina si trovava presso Pian Prà con sei compaesani e scrutava l’orizzonte quando si accorse che dall’alto stava giungendo un piccolo esercito di nemici su Rorà. I sette rorenghi corsero giù per le rocce incontro agli avversari, Giosuè li fece nascondere in punti strategici e quando l’esercito fu loro vicino, spararono coi loro fucili. I sabaudi furono colti di sorpresa e costretti a ritirarsi…
Il giorno dopo altri soldati cercarono di attaccare Rorà da Cassulè, ma ormai Gianavello era preparato e aveva con sé undici uomini armati di fucile, più sei ragazzi con la fionda; di nuovo sistemò i suoi in ordine sparso tra le rocce e quando il nemico arrivò fece scaricare pallottole e sassi ricacciando ancora gli avversari. Nel frattempo la notizia della strage in pianura era giunta anche lassù.

Veduta dal Colletto di Cassulé su Villar Pellice, a destra, e Bobbio Pellice, a sinistra.

La difesa di Rorà era iniziata.
Tutta la Val Pellice era sotto il controllo dei soldati del Marchese di Pianezza, tranne il villaggio di Rorà. La popolazione rorenga si sentiva assediata e attendeva l’ attacco da parte del nemico.
Cosa che effettivamente avvenne l’indomani quando altri settecento uomini vennero spediti dal Marchese verso Rorà; anche questa volta Gianavello e i suoi riuscirono a ricacciarli, grazie allo stratagemma della svirota (leggi qui).

Veduta su Rorà dalla Roca Rousa.

Nel frattempo la popolazione di Rorà si era spostata nel villaggio di Rumer, dove rimase in pace per tre giorni; il 1° di maggio venne scorto il nemico tentare l’ennesimo assalto.
Questa volta sette o ottomila uomini erano divisi in tre reggimenti e salivano da Bagnolo, da Villar Pellice e da Luserna per colpire da tutte le direzioni. I soldati visti dal popolo erano guidati dal capitano Mario Albertengo che, troppo sicuro di sé e del numero dei suoi uomini, arrivò in anticipo di due ore sul luogo della battaglia. Gianavello anche questa volta era pronto con i suoi diciotto e attaccò il nemico che, non conoscendo il territorio, si fece di nuovo mettere in fuga, rovinando nelle acque del torrente Luserna (perse la vita lo stesso capitano).

Veduta verso il territorio di Bagnolo Piemonte da Punta Cournour.

Gianavello ebbe il tempo di risalire i pendii e riposarsi un poco che già scorse giungere l’esercito di Villar. Questi, convinti che ormai i Rorenghi fossero stati annientati, procedevano tranquilli e scambiarono Giosuè e i suoi per dei commilitoni: vennero presi a sassate e fucilate e costretti a una rocambolesca fuga giù per la montagna, creando una tale confusione e terrore che investirono e sparpagliarono il reggimento in arrivo da Luserna, permettendo ancora una volta al popolo di Rorà di salvarsi.
Dopo tre giorni passati in relativa tranquillità, la popolazione raccolta a Rumer ricevette un messaggio dal Marchese di Pianezza: avevano 24 ore per rinnegare la fede valdese, dopodiché il villaggio sarebbe stato attaccato. Nessuno abiurò.
Questa volta l’azione militare venne condotta con più attenzione e con ancora più soldati… per i Valdesi non ci fu scampo: tutto venne distrutto, i campi devastati, gli alberi tagliati, persone uccise o fatte prigioniere. Gianavello, che con i suoi cercò di resistere contro un nemico troppo forte e numeroso perse qui la sorella, mentre la moglie Caterina e le tre figlie vennero catturate.

Frazione di Rumer.

Giosuè, assieme ai suoi diciassette compagni, e al figlio che portava in spalle non poté far altro che osservare disperato, nascondendosi nei giorni seguenti nei boschi circostanti.
Quindi giunse un nuovo messaggio del Marchese: se Gianavello avesse abiurato, avrebbe avuto indietro moglie e figlie e sarebbe stato perdonato dal Duca, salvandosi; se invece avesse continuato la resistenza, le quattro donne sarebbero state bruciate e sulla sua testa sarebbe stata posta una taglia imbattibile.
Pare che il Bandito rispose: “Che non v’era tormento tanto crudele né morte tanto dolorosa che egli non preferisse all’abiura […] E se il Marchese facesse passare pel fuoco sua moglie e le sue figlie, non potrebbe che ucciderne il corpo; quanto alle anime, egli le raccomandava alle mani di Dio”.
Nei giorni a venire Gianavello si rifugiò oltre le montagne in Francia, dove studiò come affrontare il nemico in futuro.

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