Gli Appiotti di Torre Pellice

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Ciao!
Oggi, come vi avevo promesso tempo fa, ho deciso di portarvi di nuovo con me agli Appiotti di Torre Pellice perché ho ancora qualcosa da raccontarvi!
Dovete sapere che questo piccolo borgo stuzzicò davvero molto la fantasia dei valligiani, che hanno tramandato altre versioni della leggenda che vi ho riportato la volta scorsa… Secondo alcuni un giovane, muto e idiota, cercò riparo in una caverna sorpreso da un temporale. Nella grotta vi abitavano le fantine; stupite dalla sua sottomissione, gli prepararono un pasto superbo e gli regalarono un’accetta d’oro (“apiot” significa accetta in dialetto) con cui, rivendendola, il padre del ragazzo potè costruire una casetta a Torre Pellice che chiamò, in segno di riconoscenza, Apiot e da cui la borgata prese poi il nome.

Qui sono sul ponte sopra il torrente Angrogna.

Secondo altri, prima di partire definitivamente, le fate della valle decisero di ritirarsi in una stretta e angusta grotta della val d’Angrogna. Qui le fate utilizzavano una piccola ascia d’oro per realizzare opere straordinarie da donare agli uomini, ma quelli insistevano a prenderle in giro, invadere curiosamente i loro spazi e combinare disastri… finché esse decisero infine di andarsene per sempre. Prima però decisero di regalare a uno dei pochi montanari che aveva loro dimostrato profondo rispetto la fantastica accetta d’oro. I primi tempi il buon uomo neppure osò toccare l’oggetto che aveva visto compiere opere straordinarie, ma poi si decise a rivenderlo per comprare una fattoria in un luogo meno impervio: con il ricavato acquistò una cascina sulle rive del torrente Angrogna, all’imbocco del paese di Torre Pellice che chiamò Apiot in ricordo della piccola magica ascia.
Non saprei dirvi quale delle versioni sia la più attendibile… però so che le accette furono tra i primi manufatti realizzati dall’uomo preistorico e, con l’avvento dell’agricoltura, diventarono oggetti indispensabili per abbattere alberi, ottenendo spazio coltivabile, e lavorare il legno per realizzare abitazioni e utensili. Sono state però ritrovate anche asce lunghe e ben levigate che non erano adatte al lavoro, ma erano oggetti da cerimonia usati in scambi tra tribù.

Dove sarà la cascina che dà il nome alla borgata, forse non esiste più?!

Le zone alpine in cui ci troviamo sono ricche di rocce verdi che venivano anticamente utilizzate per realizzare queste asce, tanto belle e pregiate, da essere oggetto di scambi commerciali con il resto dell’Europa: intagliate sui versanti del Monviso, si diffusero dalla Danimarca alla Sicilia, dall’Irlanda al Mar Nero!
Le grandi asce, lunghe fino a 30cm, apparivano lucide, levigate, in pietra verde durissima ed erano certamente destinate a personaggi potenti e legate alla sfera religiosa come oggetti sacri oppure come doni il cui reale valore oggi non riusciamo esattamente a percepire…
Non stupisce quindi che di tali oggetti ne sia sopravvissuto in questi luoghi il ricordo, ma associato al sovrannaturale attraverso le fantine e con il materiale trasformato in oro, che poi è quello tipico degli oggetti magici delle fiabe, no?!

Uno sguardo dall’alto alla Val Pellice (laggiù in fondo, sulla destra potete vedere proprio il torrente) pensando alla sua storia antichissima…

Come arrivare qui:
seguendo la Strada Provinciale 161 passerete naturalmente dal comune di Luserna San Giovanni a quello di Torre Pellice; la borgata è compresa tra via Appiotti e piazza Pietro Micca (che si trova subito prima del ponte sul torrente Angrogna).